Guarigione 11-S: Madri che hanno trovato il perdono e l’amicizia

Phyllis Rodriguez: Siamo qui, oggi perché siamo legate da quella che molti considerano un’amicizia particolare. E lo è. Ma ora, per noi, è una cosa del tutto naturale.

Ho saputo che mio figlio si trovava nel World Trade Center la mattina dell’undici settembre 2001. Ma non abbiamo saputo che era morto se non 36 ore dopo.


Pressenza


Los Angeles, 1/13/12
In quel periodo sapevamo che c’erano delle motivazioni politiche. Avevamo paura di quello che il nostro paese stava per fare in nome di nostro figlio… mio marito Orlando, e io, e tutta la nostra famiglia. E anche quando ho visto… comunque, lo shock, quel terribile shock, quella terribile esplosione, letteralmente, nelle nostre vite, non ci hanno fatto desiderare vendetta. E un paio di settimane dopo, quando Zacharias Moussaoui è stato dichiarato colpevole di sei capi d’accusa per complotto terroristico, e il governo americano ha richiesto la pena di morte, se fosse stato ritenuto colpevole, mio marito ed io ci siamo espressi pubblicamente contro questa decisione. Grazie a questo, e grazie ai gruppi per i diritti umani, ci siamo incontrati con numerose famiglie di altre vittime.

Quando ho visto Aicha in TV, esporsi in prima persona quando suo figlio è stato accusato, ho pensato “che donna coraggiosa. Un giorno, quando starò meglio vorrei incontrarla” il dolore che provavo era disumano. Sapevo che non avrei avuto la forza di incontrarla. Ma sapevo anche che un giorno l’avrei trovata, o che lei avrebbe trovato me. Perché quando la gente sentiva che mio figlio era una vittima io ricevevo immediato sostegno. Quando però venivano a sapere quello di cui suo figlio era accusato, lei non ne riceveva affatto. Ma la sua sofferenza era la mia.

Alla fine ci siamo incontrate nel novembre del 2002. E ora sarà Aicha a raccontarvi come è successo.

(Traduttore) Aicha el-Wafi: Buongiorno, signore e signori. Sono la mamma di Zacharias Moussaoui. Avevo chiesto all’Organization of Human Rights di essere messa in contatto con i genitori delle vittime. Quindi, mi fecero conoscere cinque famiglie. Vidi Phyllis, e la guardai. Era l’unica madre del gruppo. Gli altri erano fratelli, sorelle delle vittime. L’avevo letto nei suoi occhi che era una madre, proprio come me. Come madre ho sofferto molto. Mi sono sposata a 14 anni. Persi un bambino a 15 anni, e un secondo quando ne avevo 16. Per questo il mio rapporto con Zacharias era tanto intenso. E continuo a soffrire, perché per me è come se mio figlio fosse stato sepolto vivo. So quanto ha pianto per suo figlio. Ma almeno sa dove si trova. Io non so dove sia il mio. Non so se sia vivo. Se sia stato torturato. Non so cosa ne è stato di lui.

Questo è il motivo per cui ho deciso di raccontare la mia storia, così la mia sofferenza può avere un risvolto positivo per altre donne. Per tutte le donne, le madri che donano la vita, potete anche ridare la vita a qualcuno, fare la differenza. Questa decisione sta a noi, perché siamo donne, e perché amiamo i nostri figli. Dobbiamo camminare mano nella mano, e fare qualcosa insieme. Non è qualcosa contro le donne, ma qualcosa per noi, per noi donne, e per i nostri figli. Io parlo contro la violenza, contro il terrorismo. Vado nelle scuole a parlare alle giovani, alle ragazze musulmane, perché non accettino di sposarsi da ragazzine contro la loro volontà. Perché se riesco a salvare una di queste ragazze, ad evitare che siano costrette a sposarsi e soffrire quanto ho sofferto io, beh, allora questa è una cosa buona. E questo è il motivo per cui mi trovo davanti a voi.

PR: vorrei dire che ho imparato così tanto da Aicha, a partire dal giorno in cui ci siamo incontrate per la prima volta con gli altri famigliari… era un incontro assolutamente privato, protetto, perché è avvenuto nel novembre del 2002 e, sinceramente, eravamo spaventati del super-patriottismo che aleggiava nel paese in quel periodo… noi, i famigliari. Ma eravamo tutti così agitati. “Perché ci vorrà mai incontrare?” E anche lei era agitata. “Perché abbiamo accettato di incontrarla?” Cosa volevamo l’uno dall’altro? Prima di sapere i nostri nomi, o qualunque altra cosa, ci siamo abbracciati e abbiamo pianto. Poi ci siamo seduti in cerchio con il sostegno, l’aiuto, di persone che hanno esperienza in questo tipo di riconciliazione. Allora Aicha incominciò a parlare, e disse “Non so se mio figlio sia colpevole o innocente, ma voglio dirvi quanto mi dispiace per quello che é accaduto alle vostre famiglie. So cosa voglia dire soffrire, e so che, se c’è stato un crimine, è giusto che ci sia un processo equo e una punizione”. E in questo modo è riuscita a far breccia nei nostri cuori. E’ stato il momento, mi viene da dire, in cui si è rotto il ghiaccio. E poi tutti ci siamo raccontati le nostre storie, e abbiamo interagito tra di noi come persone. Per la fine del pomeriggio… era iniziato più o meno alle tre… ci sentivamo come se ci conoscessimo da sempre.

Ora, quello che ho imparato da lei è che è una donna generosa non solo nelle circostanze presenti o quelle di allora, o per quanto era capitato a suo figlio, ma per la vita che aveva vissuto. Non avevo mai conosciuto nessuno con una vita così dura, proveniente da una cultura e da un ambiente così diverso dal mio. E sento che abbiamo una connessione speciale, che ritengo davvero importante. E credo dipenda tutto dal vincere la paura dell’altro, e fare il primo passo e poi rendersi conto che “Ehi, non era mica così difficile. Chi altri potrei incontrare che non conosco ancora, o da cui potrei essere diverso?”

Allora, Aicha, vuoi dire due parole per concludere? Perché il tempo stringe.

(risate)

(traduttore) AW: Vorrei dire che dobbiamo sforzarci di conoscere altre persone, l’altro. Bisogna essere generosi, avere il cuore generoso, la mente generosa. Ed essere tolleranti. Si deve lottare contro la violenza. E spero davvero che un giorno vivremo tutti insieme in pace, rispettandoci l’uno con l’altro. Ecco tutto quello che desideravo dirvi.

(applausi)

Video:

http://www.ted.com/talks/lang/es/9_11_healing_the_mothers_who_found_forgiveness_friendship.html

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